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giovedì 2 maggio 2013

IL SOGNO...PRENDE FORMA

il mio lavoro di agente di commercio,mi obbliga a passare parecchie ore della giornata in automobile,
sempre di corsa , e spesso bloccato nel traffico, penso spesso di cambiarlo,magari con un posto in ufficio,magari vicino casa e poterci andare in bicicletta o meglio a piedi, oppure un lavoro manuale, artigianale, ma mi rendo conto che non cambierebbe nulla,non è il tipo di lavoro che voglio cambiare, ma il modo di vita, una vita ...magari più spartana senza la smania del cunsumismo,senza la smania del possedere cose materiali per la maggior parte INUTILI.
Da bambino, quando a scuola ci chiedevano che lavoro vuoi fare da grande?, rispondevo il contadino.....con una fattoria colma di animali e tanta terra dove coltivare qualsiasi cosa si potesse seminare.
Ma purtroppo il mio lavoro diventò altro, a dire il vero "altri" ,però non ho mai perso la voglia ed il desiderio di quella fattoria,anche se la vedevo sempre più da lontano,lontanoo, lontanooo
e così un bel giorno,( per impedire che diventasse invisibile)decisi di provarci,acquistai un rudere da ristrutturare in una cascina, il commento comune di tutti i miei conoscenti, era "SEI IMPAZZITO"
addirittura mia madre quando la acconpagnai la prima volta, non volle nemmeno scendere dall'auto
l'unico che mi diede conforto fù quel bonaccione di mio padre, che con voce calma e rassicurate disse, però..... a parte tutto è in bel posto con un sacco di terreno per fare l'orto.
Nel giro di qualche anno ho terminato (qusi del tutto) la ristrutturazione,ho creato un pollaio, e l'orto
in quel terreno ,circondato da boschi,piccole pozze d'acqua che servivano per irrigare con rane e rospi,api, prati,siepi,uccelli ed incolti, abitat perfetto per fauna e microfauna, insetti dannosi e utili che si controllano e selezionano a vicenda il tutto associato ad una rotazione delle semine, rende il mio orto NATURALE, uso la parola naturale in quanto oggi biologico ed altre terminologie....sembrano solo moda, credo che il mio naturale assomiglie alla permacultura, in pratica io semino,trapianto senza preoccuparmi di altro...come viene viene...la mangio uguale.
Anche i mie genitori..... ora vivono qui con me.
Questo blog, nasce per la voglia di scoprire se altre persone vivono o vorrebbero vivere questa esperienza e se vogliono condividerla con noi, (come scrive Antonella chi sà insegna) e creare un gruppo che si scambia, consigli, esperienza, anche una semplice ricetta, un modo come e dove piantere un tipo di ortaggio o  un fiore,qualsiasi cosa che si possa fare,cucinare, seminare o allevare in autosufficienza,ovviamente tutto " NATURALE", vorremmo anche creare una pagina dedicata all'alimentazione vegetariana e vegana.
Aspettiamo commenti
ciao



lunedì 29 aprile 2013

La rivoluzione degli orti

A fine anni ottanta abbiamo avuto il gran gnao ovvero la gran fortuna di acquistare una casa/rudere da riattare con annesso un pezzo di terreno agricolo. La casa faceva parte di una vecchia cascina isolata in mezzo ad un bellissimo bosco, ormai abitata solo da un anziano signore credo muto (non l'ho mai sentito pronunciare verbo né saluto) che conviveva con due ENORMI pecore e tra le quali fu trovato morto un anno dopo. Ma la persona che conobbi e che per molti anni mi raccontò della campagna, della terra, dell'acqua, della pioggia e del tempo che scorre fu Dante. Che personaggio! Due piccoli occhi azzurrissimi, piccoli perché aver lavorato al sole, al freddo e al vento per tutta la vita fa stringere le palpebre, ti segna il viso e lucida la pelle come fosse conciata. Solo due grossi denti marci, perché dentista e dentiere ti aiutano a mangiare, si, ma a mangiare i soldi! Un grande cuore e una grande vita alle spalle, segnata dal periodo della Grande Guerra e dai suoi orrori, dall'essere stato attivista partigiano, dall'essere stato orgogliosamente l'unico ad aver preso un diploma a quei tempi e in quei luoghi. Avevano sempre qualcosa da raccontarmi lui e la moglie Irma. Amavano quel posto come se fosse stato quel figlio che non hanno mai avuto, muto e ingrato ma dentro i loro cuori. Dante e Irma ormai anziani dormivano nella casa bella, quella nuova giù in paese con il bagno e tutte le comodità, ma ogni mattina di ogni santo giorno, per tutto l'anno, alle otto arrivavano in cascina prima con una 126 Fiat, poi, quando gli è stata ritirata la patente non so bene perché, con un Sulky e poi ancora quando i nipoti non gli permisero più di usare neanche quello, a piedi. Lì  rimanevano fino al calar del sole: accudivano alle poche galline, conigli e caprette. Lavoravano nella vigna e nei campi di granoturco. Curavano l'orto, pranzavano e cenavano con quello che raccoglievano e non si lamentavano di quella vita fatta di ritmi, stagioni, fatica e storie antiche. Dante mi raccontò la storia di quella casa, nata isolata in mezzo al bosco per sfuggire all'ondata di peste e alle razzie di francesi e spagnoli del 1600 e su una facciata un dipinto dedicato alla Vergine Maria, ormai quasi invisibile e degradato testimonia la riconoscenza di quei primi abitanti sfuggiti al contagio e alla morte... E Irma mi offrì il primo caffè del buon vicinato, chiedendomi nel suo dialetto incomprensibile, quanto zucchero volessi. Io solitamente bevo caffè macchiato con un poco di latte freddo  e a questa mia affermazione Irma rise di gusto dicendomi che il latte c'era, ma non tanto freddo e fece segno di seguirla. Io, faccia ebete e tazzina in mano, la seguii nella stalla e mi ritrovai con la mammella della capretta che sprizzava latte salatissimo e caldo direttamente nel caffè e sulle mie mani: il peggior caffè di tutta la mia vita che comunque trangugiai per ricambiare la loro rude cortesia...chiaro che da allora non ho più chiesto latte a Irma.
Dante otto anni fa è morto e un'Irma inebetita dalla solitudine e senza più la cascina di tutta la vita ha finito i suoi giorni due anni fa, rinchiusa in una casa di riposo dove non pronunciò più neanche il suo dialetto incomprensibile. Di loro mi rimane questo modo di fare le cose senza nessuno spreco, con un'umiltà rara per chi nasce e cresce in città, con il senso della sopravvivenza chiaro davanti agli occhi: si tira avanti prendendosi cura ogni minuto di quello che sta intorno: la terra, gli animali, le persone, l'acqua, la casa, il cibo. Mi rimane la loro semplicità e la capacità di condividere. Mi rimane l'esempio di chi per una vita intera non è mai entrato in un supermercato: persone d'altri tempi, pionieri inconsapevoli di una tendenza che farà strada, depositari di quella sapienza contadina che, nella cura dei fossati e dei terreni, nella tutela dei boschi, nella gestione delle acque, nel ponderato utilizzo delle risorse, ha saputo trasmettere immagini tali da fare della nostra penisola, fino agli anni settanta, "il giardino d'Europa".
Ora è tempo di recuperare, di reagire, di riportare in vita il nostro vecchio sapere che, stupidamente, abbiamo accantonato, ora è tempo di vivere senza ostentazione la silenziosa rivoluzione degli orti.